Le ragazze non hanno torto: la crisi dell'adolescenza e il suo superamento si vivono in più persone, non riguardano solo l'adolescente: anche i genitori hanno le loro responsabilità.
Non è certamente facile per un genitore constatare di stare invecchiando e che il figlio o la figlia dimostrino quell'entusiasmo e quelle passioni che provava lui, alla loro età, e che ha loro in parte indubbiamente trasmesso.
Mentre la sua vita di coppia attraversa una crisi - provvisoria o durevole - tra noia e rivendicazioni, egli sorprende i primi segni, ai suoi occhi sempre troppo precosi, delle relazioni affettive e forse sessuali del figlio, e prova una piccola stretta al cuore, mescolata alla nostalgia, all'invidia, al rimpianto, unite talvolta a una leggera punta di gelosia. Ed è sufficiente che entrino in gioco ad esempio la monotonia del proprio lavoro o il rischio di essere licenziati, per far affiorare una perdita di fiducia in se stessi e pensieri depressi.
Per di più, per anni, in una dolcezza complice o nel conflitto, nella felicità o nel malinteso e nell'insoddisfazione, il genitore si è occupato del proprio bambino, se ne è preoccupato. Ora deve prendere atto che questo bambino diventato un adolescente non ha più bisogno di lui (non è vero, ovviamente, ma questo è ciò che l'adolescente afferma).
I genitori che hanno fiducia in se stessi e in ciò che hanno trasmesso al loror figlio si lasciano meno coinvolgere dalla sua crisi. Lo stesso accade a quelli che non si sentono aggrediti dalle sue domande, anche se formulate in modo aggressivo: essi vi trovano la forza e il sostegno necessari per guardare in faccia la loro storia familiare.
Questo perchè la crisi (o le domande) dell'adolescente rivela, o risveglia, nei suoi genitori delle storie familiari complesse, la cui origine può trovarsi nelle generazioni passate.
Parole di Daniel Oppenheim, psichiatra e psicoanalista, tratte da "Dialoghi con i bambini sulla morte", 2000, Erickson, Trento
