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"Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti a coloro che ci hanno preceduto".
JOHN MAYNARD KEYNES Essays in persuasion

"Non aver paura che la vita possa finire. Abbi invece paura che non possa cominciare mai davvero".
JOHN HENRY NEWMAN
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giovedì 20 dicembre 2012

Matrimonio e famiglia di fatto: distinguere per promuovere l'umano


La cosiddetta famiglia di fatto è un’unione o convivenza libera analoga a quella che intrattengono un uomo e una donna sposati, con la differenza che essi non hanno contratto matrimonio. Si sottolinea che questa è la sola differenza che “fa differenza”.

Ma davvero la non esistenza di un matrimonio come atto legale pubblico secondo un ordinamento giuridico vigente è ciò che marca la sola differenza? Dal punto di vista sociologico non è così.

Mancando l’istituzione, mancano i presupposti sia di orientamento soggettivo, che sono essenziali per la maturazione dell’identità personale, sia di attendibilità oggettiva, che rende organizzata e giusta una società. Le aspettative di ciò che può essere comune ai membri di una famiglia di fatto (dai beni materiali alle relazioni affettive) diventano vaghe e incerte. L’unione libera è tale perché essa non risponde alle aspettative istituzionali (delle istituzioni della società, come quelle politiche, amministrative, fiscali, educative, ecc).

Il diritto dovrebbe poter distinguere le varie forme e trattarle diversamente. Ma ciò implica un sistema giuridico che non sia basato sull’indifferenza o neutralità etica.

Bisogna qui fare un rilievo della massima importanza. Il dibattito pubblico, e anche quello degli studiosi, è inficiato da un equivoco di fondo: la confusione tra distinzione e discriminazione (tra forme familiari).

Dire che il diritto deve essere capace di differenziare le forme di convivenza, significa che il diritto deve poter distinguere la diversa natura delle relazioni intime e primarie, se familiari in senso proprio, oppure per analogia, o solamente per metafora. Dire che il diritto non deve discriminarle significa evitare che forme uguali vengano trattate in modo diseguale.

Lo scopo della distinzione (la differenziazione di ciò che è famiglia e ciò che non lo è) non è quello di penalizzare i conviventi o di negare i diritti umani alla singola persona, ma è invece quello di promuovere le diverse qualità e potenzialità di umanizzazione contenuta nelle diverse forme di relazioni familiari.

Gran parte dei problemi che riguardano il riconoscimento della famiglia di fatto nascono dalla confusione fra distinzione e discriminazione delle forme familiari. Coloro che propongono una legislazione favorevole alle famiglie di fatto e alle unioni civili o affettive confondono la distinzione tra famiglia legale basata sul matrimonio e famiglia di fatto con la discriminazione di quest’ultima. Spesso osservano ogni distinzione (per esempio, unioni etero e omo-sessuali) come una discriminazione, al limite come negazione di fondamentali diritti umani degli individui, là dove invece è della qualità delle relazioni che si sta trattando. In tal modo, il riconoscimento delle famiglie di fatto, legittimata in base a un principio di uguaglianza nella dignità umana, si trasforma in un effetto perverso: l’indifferenziazione delle relazioni sociali proprie della famiglia, e quindi la perdita secca del proprium di queste relazioni. “Il fatto sociale” di “stare assieme” viene equiparato a “un diritto” (norma) cosicchè l’ordinamento giuridico perde la sua essenziale funzione di mediaare tra i fatti e le norme.

L’evidenza empirica dice che, quando lo Stato sociale pone a carico della collettività degli obblighi che derivano dalla mancanza di reciprocità piena a livello delle relazioni interpersonali di coppia, finisce per favorire l’individualismo anziché la solidarietà sociale, e quindi mina le proprie stesse basi di integrazione sociale.

Occorre riconoscere che, anche quando non lo vuole, il diritto non è mai un semplice strumento di gestione sociale che ha la funzione di controllare in modo neutrale le richieste dei cittadini. Il diritto ha sempre una funzione istitutiva della relazione sociale, in quanto contribuisce al riconoscimento e alla realizzazione di processi di differenziazione o indifferenziazione nei confronti di fondamentali qualità antropologiche delle relazioni sociali che caratterizzano una società.



Parole di Pierpaolo Donati (sociologo) tratte da “Relazione familiare: la prospettiva sociologica” in Studi interdisciplinari sulla famiglia n.21, 2006, Milano, Vita e Pensiero

sabato 8 dicembre 2012

Il dono e i legami - parte prima

Per pensare il dono è necessario collocarlo in un pensiero che non sia fondato sulla rottura. Rottura tra produttore e utente, rottura tra “loro” e “noi”, che ci riportano ineluttabilmente alla rottura tra l’uomo e il cosmo.
Dare la vita significa trascendere l’esperienza mercantile definita come il guadagno di una cosa mediante la perdita di un’altra. Chi dà la vita non soltanto non perde niente poiché si tratta di un dono-trasmissione, ma guadagna tutto. Guadagna il fatto di restituire la vita che gli è stata donata senza perderla e la possibilità di donare a qualcuno per tutta la sua vita qualcuno che non può essere un oggetto.
Dare la vita è anche accettare di morire perché bisogna che coloro che danno la vita muoiano perché quelli che nascono vivano, per far loro posto.
Proprio per questo è necessario che gli uomini partecipino a questa capacità di dare la vita che è stata in primo luogo attribuita alle donne. Proprio per questo il matrimonio fonda la società ed è il luogo di concentrazione dei regali e dei figli. La nascita è il dono per eccellenza, in tutte le società.
Il dono ci collega alla società e al mondo. Il dono reintegra l’umanità nel cosmo. E’ la teoria generale dello scambio, una teoria non limitata ai protagonisti del gioco mercantile. E’ il riconoscimento dell’universo altrimenti che come oggetto, il superamento dei diritti individuali.
Se noi continuiamo con la logica dei diritti, diventeremo sempre più attenti ai diritti di alcuni, e va benissimo; ma questa logica è anche, e simmetricamente, una logica di esclusione di tutti coloro che non hanno le caratteristiche necessarie per godere dei diritti e di pensare in termini di interesse generale. Sono così progressivamente esclusi non solo gli animali, ma anche i bambini, dopo il feto.
Il diritto del bambino dipende dalla definizione preliminare del bambino, sulla quale il bambino stesso non ha nulla da dire, non ha alcun diritto. Per il momento, i diritti cominciano dalla nascita.
La democrazia è consistita nell’estendere progressivamente la definizione di cittadino, cioè di coloro che sono dotati di ragione; ma questa estensione razionalistica ha dei limiti. A partire dal concepimento fino a quando diventa un cittadino, l’essere umano è considerato come un essere in formazione, non ancora a pieno titolo, non ancora libero, non ancora in possesso delle caratteristiche di una persona, dunque non ancora dotato del diritto di difendersi da solo. Allora i suoi diritti non possono essere altro che i doveri che gli altri – gli adulti – si accordano per rispettare nei suoi confronti.
A un certo punto il dono deve sostituirsi al diritto.
Dopo aver constatato che la modernità era fondata su una rottura fondamentale tra produttori e utenti che trasforma a termine ogni legame sociale in rapporto tra estranei retto dal mercato o dallo Stato, vediamo apparire una rottura ancora più fondamentale: una rottura con l’universo che separa l’essere umano dalla tradizione (dal passato) e dalla trascendenza. In altri termini, tutto quello che non è la somma degli individui ragionevoli utilitaristi esistenti a un momento dato è trasformato sia in oggetto (il resto del cosmo, a cominciare dagli animali) sia in illusione (i morti, gli antenati e coloro che ancora non esistono).
Il dono è ciò che compare e non era previsto né dal gesto né dalla legge, nemmeno quella del dono. E’ questo il paradosso della gratuità. Questa grazia che compare in più.


Parole di Jacques T. Godbout (sociologo) tratte da "Lo spirito del dono", 1993, Torino, Bollati Boringhieri

mercoledì 5 dicembre 2012

Perchè anche andare dal terapeuta può diventare un atto che incide sulla costruzione di una società migliore?

Credo che il progressivo ridursi dell'influenza della società civile di contro alla schiacciante presenza del mercato e dello stato sia il fattore principale nell'espandersi dell'uso della psicoterapia alla fine del XX secolo. In altri termini, più famiglia e collettività si deteriorano, più aumenta il nostro lavoro come terapeuti.
Gli individui provano sempre più ciò che il sociologo Emile Durkheim cominciò a scoprire cent'anni fa: l'atomizzazione della società produce individui alienati, deprivati di chiare norme di comportamento. Le cartelle cliniche dei terapeuti sono piene di casi di individui che sono debolmente ancorati a famiglia e comunità e che trovano sempre meno significanza personale nel loro ruolo di consumatori e cittadini (i due ruoli principali offerti dal mercato e dallo stato). La psicoterapia è diventata il dottore dell’anima moderna sradicata.
Purtroppo, anziché deplorare questo cambiamento e invocare un rinnovamento della famiglie e della collettività, il campo della psicoterapia ha accettato – e talora indirettamente promosso – la premessa che l’erosione del potere della società civile sia necessaria per permettere all’individuo di aspirare ad autenticità individuale e vantaggio psicologico.
Noi in effetti aiutiamo i pazienti a instaurare “relazioni” migliori, ma con un’enfasi sulle connessioni volontarie, reciprocamente soddisfacenti nelle quali manca un senso di obbligo e di responsabilità per il reciproco benessere. Quando questo tipo di relazione diviene la norma, l’etica del mercato occupa l’ambito privato con la sua presa utilitaristica.
I nuovi studi sui contesti sociali e politici della psicoterapia si occupano quasi esclusivamente di aiutare i pazienti a plasmare la propria vita a dispetto di forze sociali negative. L’attivismo sociale prende l’aspetto della rivendicazione dei propri legittimi diritti nella collettività.
In breve, è un dato acquisito che le collettività sono responsabili del benessere degli individui. Ma che dire delle responsabilità degli individui verso la promozione del benessere della propria collettività, per renderla più sicura, più umana, più bella, più giusta?
Non vi è alcuna contraddizione fondamentale tra perseguire i propri bisogni privati e promuovere il benessere della collettività. Pertanto quando promuoviamo l’impegno attivo dei pazienti nella collettività promuoviamo allo stesso tempo il loro benessere personale. Non sto proponendo una nuova prescrizione di attivismo sociale quanto una nuova descrizione della rete continua che connette il bene privato a quello pubblico.

Parole di William J. Doherty (terapeuta sistemico) tratte da “Scrutare nell’anima”, 1997, Milano, RaffaelloCortina Editore