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"Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti a coloro che ci hanno preceduto".
JOHN MAYNARD KEYNES Essays in persuasion

"Non aver paura che la vita possa finire. Abbi invece paura che non possa cominciare mai davvero".
JOHN HENRY NEWMAN
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mercoledì 23 gennaio 2013

Mini-test sul conflitto di coppia

Sono sette domande.
Si può fare da soli o in coppia. 
I risultati si possono condividere oppure no.
La condivisione dei risultati può risultare utile per avere il punto di vista dell’altro sulla situazione di coppia in questa dimensione specifica: il conflitto.
Rispondete a ogni domanda pensando alla vostra relazione: assegnate un punteggio a ciascuna domanda con questo criterio 1=quasi mai o mai, 2=una volta ogni tanto, 3= spesso.

 
_______Piccoli battibecchi si trasformano in litigate furibonde che si accompagnano ad accuse, critiche, improperi o che riportano a galla dal passato vecchie ferite.
_______Il mio/La mia partner critica o sminuisce le mie opinioni, i miei sentimenti o desideri
_______Il mio/La mia partner sembra considerare le mie parole o azioni più negativamente di quanto io credo che siano
_______Quando abbiamo un problema da risolvere, è come se fossimo su fronti contrapposti
_______Mi trattengo dal dire al mio/alla mia partner che cosa cosa penso e provo veramente
_______Mi sento solo/sola in questa relazione
_______Quando litighiamo, uno dei due si ritira, cioè non vuole più parlare oppure se ne va da un'altra parte

Tratto da Markman-Stanley-Blumberg-Jenkins-Whitheley, “12 hours to a great marriage”, 2004 (traduzione e adattamento mio)

 

 

 

domenica 23 dicembre 2012

Di che cosa parliamo quando parliamo di famiglia? La prospettiva sociologica



La famiglia non è né una proiezione degli individui né una struttura che esiste a loro discapito. L’approccio relazionale si lascia alle spalle il vecchio confronto fra chi pensa la famiglia come aggregato di individui (individualismo metodologico) e chi la pensa come una struttura a sé stante (collettivismo metodologico).
Le affermazioni à la Tarde (“Tolto l’individuale, il sociale non è nulla” – che nullifica la famiglia) o à la Durkheim (“Tolti gli individui resta la società” – che ipostatizza una struttura familiare) non ci fanno fare grandi passi in avanti. Quel confronto appartiene ormai a una stagione storicamente tramontata.
Molta parte della sociologia contemporanea non vede la famiglia perché non osserva la realtà sociale “per relazioni”, ma la osserva in base alla distinzione individuo/collettivo intesa come un’antitesi dialettica o come un’opposizione binaria, cioè in base a schematismi per i quali ogni cosa deve per forza cadere da una parte o dall’altra. E con ciò si chiude in un circolo ermeneutico da cui non c’è uscita: la famiglia diventa un incomprensibile intreccio di individuale e sistemico.
Solo oggi cominciamo a sviluppare una teoria sufficientemente adeguata a dar conto del tipo di realtà che è nel sociale familiare (ricorriamo all’espressione “realtà sui generis”, per dire che c’è qualcosa, invisibile, ma che esiste – e non è solo fantasia o inganno antropomorfico).
Occorre orientarsi verso un paradigma autenticamente relazionale: la relazione familiare è quella referenza – simbolica e intenzionale – che connette le persone in quanto genera e attualizza un legame tra loro come generanti (coppia) e generati (figli).
La relazione familiare consiste nell’influenza che i termini della relazione hanno l’uno sull’altro e nell’effetto di reciprocità che emerge tra essi.
“Stare (essere) in relazione familiare” può avere un significato statico o dinamico, può voler dire trovarsi in un contesto oppure in un’inter-azione.
E’ dunque opportuno distinguere fra relazione familiare come contesto (ovvero come matrice contestuale, ossia come situazione di riferimenti simbolici e connessioni strutturali osservate nel campo di indagine strutturale) e relazione familiare come interazione (ovvero come effetto emergente in/da una dinamica interattiva familiare).
Ma, in ogni caso, l’essere in relazione comporta il fatto che, agendo l’uno in riferimento all’altro, ego e alter non solo si orientano e si condizionano a vicenda, ma danno luogo a una connessione sui generis che in parte dipende da ego, in parte da alter, e in parte ancora è una realtà (effettuale e virtuale) che non dipende dai due, ma li “eccede”.

Parole di Pierpaolo Donati tratte da “Relazione familiare: la prospettica sociologica” in Studi interdisciplinari sulla famiglia n°21, Milano, Vita&Pensiero

giovedì 20 dicembre 2012

Matrimonio e famiglia di fatto: distinguere per promuovere l'umano


La cosiddetta famiglia di fatto è un’unione o convivenza libera analoga a quella che intrattengono un uomo e una donna sposati, con la differenza che essi non hanno contratto matrimonio. Si sottolinea che questa è la sola differenza che “fa differenza”.

Ma davvero la non esistenza di un matrimonio come atto legale pubblico secondo un ordinamento giuridico vigente è ciò che marca la sola differenza? Dal punto di vista sociologico non è così.

Mancando l’istituzione, mancano i presupposti sia di orientamento soggettivo, che sono essenziali per la maturazione dell’identità personale, sia di attendibilità oggettiva, che rende organizzata e giusta una società. Le aspettative di ciò che può essere comune ai membri di una famiglia di fatto (dai beni materiali alle relazioni affettive) diventano vaghe e incerte. L’unione libera è tale perché essa non risponde alle aspettative istituzionali (delle istituzioni della società, come quelle politiche, amministrative, fiscali, educative, ecc).

Il diritto dovrebbe poter distinguere le varie forme e trattarle diversamente. Ma ciò implica un sistema giuridico che non sia basato sull’indifferenza o neutralità etica.

Bisogna qui fare un rilievo della massima importanza. Il dibattito pubblico, e anche quello degli studiosi, è inficiato da un equivoco di fondo: la confusione tra distinzione e discriminazione (tra forme familiari).

Dire che il diritto deve essere capace di differenziare le forme di convivenza, significa che il diritto deve poter distinguere la diversa natura delle relazioni intime e primarie, se familiari in senso proprio, oppure per analogia, o solamente per metafora. Dire che il diritto non deve discriminarle significa evitare che forme uguali vengano trattate in modo diseguale.

Lo scopo della distinzione (la differenziazione di ciò che è famiglia e ciò che non lo è) non è quello di penalizzare i conviventi o di negare i diritti umani alla singola persona, ma è invece quello di promuovere le diverse qualità e potenzialità di umanizzazione contenuta nelle diverse forme di relazioni familiari.

Gran parte dei problemi che riguardano il riconoscimento della famiglia di fatto nascono dalla confusione fra distinzione e discriminazione delle forme familiari. Coloro che propongono una legislazione favorevole alle famiglie di fatto e alle unioni civili o affettive confondono la distinzione tra famiglia legale basata sul matrimonio e famiglia di fatto con la discriminazione di quest’ultima. Spesso osservano ogni distinzione (per esempio, unioni etero e omo-sessuali) come una discriminazione, al limite come negazione di fondamentali diritti umani degli individui, là dove invece è della qualità delle relazioni che si sta trattando. In tal modo, il riconoscimento delle famiglie di fatto, legittimata in base a un principio di uguaglianza nella dignità umana, si trasforma in un effetto perverso: l’indifferenziazione delle relazioni sociali proprie della famiglia, e quindi la perdita secca del proprium di queste relazioni. “Il fatto sociale” di “stare assieme” viene equiparato a “un diritto” (norma) cosicchè l’ordinamento giuridico perde la sua essenziale funzione di mediaare tra i fatti e le norme.

L’evidenza empirica dice che, quando lo Stato sociale pone a carico della collettività degli obblighi che derivano dalla mancanza di reciprocità piena a livello delle relazioni interpersonali di coppia, finisce per favorire l’individualismo anziché la solidarietà sociale, e quindi mina le proprie stesse basi di integrazione sociale.

Occorre riconoscere che, anche quando non lo vuole, il diritto non è mai un semplice strumento di gestione sociale che ha la funzione di controllare in modo neutrale le richieste dei cittadini. Il diritto ha sempre una funzione istitutiva della relazione sociale, in quanto contribuisce al riconoscimento e alla realizzazione di processi di differenziazione o indifferenziazione nei confronti di fondamentali qualità antropologiche delle relazioni sociali che caratterizzano una società.



Parole di Pierpaolo Donati (sociologo) tratte da “Relazione familiare: la prospettiva sociologica” in Studi interdisciplinari sulla famiglia n.21, 2006, Milano, Vita e Pensiero

domenica 2 dicembre 2012

Perchè i legami che scegliamo (di coppia e sociale) hanno bisogno di promesse?

L'impossibilità per l'uomo di fare affidamento su se stesso o di avere completa fede in sè (che è la stessa cosa) è il prezzo che gli umani pagano per la libertà; e l'impossibilità di rimanere unico padrone di ciò che fa, di conoscere le conseguenze dei nostri atti, e di contare sul futuro è il prezzo che l'uomo paga per la pluralità e la realtà, per la gioia di abitare insieme con gli altri un mondo in cui la realtà è garantita per ciascuno dalla presenza di tutti.
C'è un potere che si genera quando le persone si riuniscono e "agiscono di concerto", e che si dissolve quando si separano. La forza che le tiene unite è la forza della mutua promessa.
La sovranità di un corpo di persone legato e tenuto unito non da una identica volontà che in qualche magico modo tutti li ispira, ma da uno scopo convenuto per il quale soltanto le promesse sono valide e vincolanti, si rivela chiaramente nella sua indiscussa superiorità sopra coloro che sono completamente liberi, non legati da promesse nè tenuti da scopo alcuno. Questa superiorità deriva dalla facoltà di disporre del futuro come se fosse presente, cioè dall'enorme e miracoloso allargamento della dimensione in cui il potere può essere effettivo.

Parole di Hannah Arendt tratte da "Vita activa", 2011, Milano, Bompiani

martedì 20 novembre 2012

Tatuaggi e legami


Nella società postmoderna, l'attrazione erotica non comporta l'obbligo di formare coppie stabili. Se due persone si sposano, il mercato dei divorzi può offrire, a seconda dei paesi, vie d'uscita più o meno agevoli. Ma i più giovani sono coscienti di questa instabilità, e in genere più ragionevoli delle generazioni precedenti. Così, rinviano il matrimonio a un'età più avanzata. Curiosamente, però, molti di quelli che formano coppie non ufficiali compiono un altro passo: si fanno tatuare, spesso in zone intime, il nome dell'amante. E' come se una parte di loro, inconscia e arcaica, volesse apppropriarsi per sempre tanto dell'altro persona quanto degli antichi vincoli di indissolubilità.
E' interessante infatti notare come, man mano che i costumi autorizzavano i rapporti di coppia a farsi meno permanenti, i regali di coppia riguardanti il corpo abbiano preso la direzione opposta. Un tempo ci si regalava il golf o la sciarpa, che si limitano a coprirlo, e si mettono e si tolgono in un attimo. Oggi, il piercing o il tatuaggio, che ne divengono parte stabile.
L'altro è lontano e il bisogno inconsapevole di lui penetra, letteralmente, sotto la pelle. Non si dona dunque un anello (persino quello matrimoniale si può sfilare), nè si aggiunge il nome dell'altro ai documenti (che si possono riscrivere) ma al corpo, che è sempre lo stesso.
Come conseguenza dell'ondata di rimorsi, sono state elaborate nuove tecniche laser che riescono a cancellare i tatuaggi. L'ondata che porta alla cancellazione è fortissima, inarrestabile, e altrettanto irrazionale quanto quella che aveva portato a farsi tatuare. Tra l'altro diversi specialisti mettono in guardia contro il potenziale cancerogeno dei pigmenti che, cancellando, entrano nel sistema linfatico. Cancellare il tatuaggio è voler restare all'oscuro, invertendo il decorso del tempo per respingere un "prossimo" così vicino che sopravvive sotto l'epidermide e negando un problema che continuerà a esistere senza il nostro permesso.

Parole di Luigi Zoja - psicoanalista - tratte da "La morte del prossimo", 2009, Torino, Einaudi